La recensione di World War Z

Una misteriosa epidemia si sta diffondendo in tutto il mondo. Le persone diventano feroci, assaltano gli altri, li mordono e quelli morsi a loro volta si trasformano, a catena. In sostanza diventano morti viventi, zombie.

Una mattina Gerry Lane (Brad Pitt) è in macchina con la famiglia quando l’epidemia colpisce Philadelphia: l’orrore si sparge velocemente a macchia d’olio e Lane riesce a malapena a rifugiarsi con la famiglia in un palazzo, presto assediato dagli zombie.

Gerry è stato un agente speciale delle Nazioni Uniti e grazie a questo il vicesegretario dell’Onu organizza il salvataggio suo e della famiglia. Una volta in salvo, Lane deve partire con uno scienziato e un gruppo di soldati per la Corea del Sud, dove sembra abbia avuto inizio la malattia, per scoprire il “paziente zero” e cercare un antidoto.

Da quel momento Lane sarà coinvolto in un’odissea planetaria che lo porterà dalla Corea a Gerusalemme al Galles, mentre la popolazione mondiale è sempre a rischio di mutazione.

World War Z

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E se al posto degli zombie ci fossero stati gli alieni, formiche geneticamente modificate o pomodori assassini? Il risultato non sarebbe cambiato granché. Il film di Marc Forster mescola i fondamentali del film di zombie degli anni Settanta (da La notte dei morti viventi di Romero in poi), il recente Contagion di Soderbergh e le situazioni tipiche del cinema d’azione: l’eroe che armato di coraggio e determinazione porta avanti la sua missione, gli aiutanti, i sacrificati, la famiglia in trepida attesa e così via.

World War Z potrebbe perciò essere definito un film di serie B gonfiato (anche grazie a un inutile 3D) alle dimensioni di blockbuster. Il che non toglie che faccia il suo dovere: intrattenere, coinvolgere, tenere in tensione il pubblico (le sequenze nel laboratorio sono ad alto tasso di suspence), muovere a commozione.

Curiosità finale. Tenete d’occhio la scena dell’assalto alle mura di Gerusalemme e poi andate a cercare in Rete uno spot Sony Playstation del 2003, Mountain.


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